La Groenlandia è al centro di tensioni geopolitiche e ferite storiche irrisolte. Niviaq Korneliussen, voce letteraria del popolo inuit, racconta il difficile rapporto con la Danimarca e la lotta per il riconoscimento e l’autodeterminazione.
La Groenlandia è una terra di paesaggi spettacolari e risorse strategiche, ma anche di profonde ferite storiche. Per secoli, il popolo inuit ha dovuto affrontare l’imposizione culturale, il colonialismo e l’indifferenza politica, elementi che ancora oggi pesano sul suo rapporto con la Danimarca. L’attenzione internazionale sulla Groenlandia è aumentata, sia per la crisi climatica sia per le recenti tensioni geopolitiche. Niviaq Korneliussen, una delle voci letterarie più influenti della grande isola artica, ha dato forma a questa realtà attraverso i suoi romanzi, portando alla luce le sfide del suo popolo.
Definita dal New Yorker “l’inaspettata stella letteraria groenlandese”, Niviaq Korneliussen è nata nel 1990 in un minuscolo paesino della Groenlandia meridionale e vive oggi nella capitale Nuuk. Considerata la voce del suo popolo all’estero, Korneliussen conferma di essere una delle scrittrici più talentuose della scena letteraria nordica, nonché una delle più politiche.
Il suo esordio è arrivato nel 2014, con la pubblicazione del libro Una notte a Nuuk, tradotto in dodici lingue diverse, che descrive la storia di cinque giovani della comunità LGBTQIA nella capitale groenlandese. La Valle dei Fiori, pubblicato nel 2020, è stato il primo libro groenlandese a vincere il Premio del Consiglio Nordico, uno dei più alti riconoscimenti letterari scandinavi.
Il 16 febbraio scorso, al Teatro Franco Parenti di Milano, nell’ambito del festival I Boreali a cura di Iperborea, Korneliussen ha discusso di questi temi con il giornalista Luca Misculin.
“Siamo cresciuti essendo consapevoli delle risorse che avevamo e che erano molto importanti per il resto del mondo e quindi sì, ho immaginato che un giorno sarebbe arrivato un nuovo mondo e un nuovo sguardo su di noi. […] Ci sentiamo molto osservati per via del cambiamento climatico, quindi non posso dire che sia stata una sorpresa, ma certo fa un pochino di paura.”
Negli ultimi anni, e segnatamente nelle ultime settimane, l’attenzione globale sulla Groenlandia è aumentata non solo a causa del riscaldamento globale, ma anche per dichiarazioni politiche inaspettate. Già nel 2019, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva proposto di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, suscitando scalpore e reazioni contrastanti. Una provocazione che sembrava destinata a restare un episodio isolato, ma che si è ripresentata con il ritorno alla Casa Bianca del tycoon.
“La prima volta che Trump ha affermato di voler comprare la Groenlandia ci siamo fatti tutti una grande risata; sembrava davvero una cosa stramba da dire. […] La seconda volta è stato diverso, tante cose sono cambiate negli ultimi cinque anni per quanto riguarda il nostro rapporto con la Danimarca e adesso Trump torna a ripetere quello che aveva già detto nel 2019: propone di comprare la Groenlandia e fa sul serio, è davvero molto preoccupante.”
“È una cosa che ci colpisce, che ha comunque fatto aumentare l’odio nei confronti del governo danese e da parte dei danesi nei nostri confronti. […] Lui continua a ripeterlo, proprio in un momento in cui la nostra relazione con la Danimarca è più fragile che mai. […] Abbiamo sperato che questo momento politico fosse colto dalla Danimarca come un’opportunità per riconoscere le nostre frustrazioni. Ma questo non è successo e, dal mio punto di vista, ci troviamo in un momento storico in cui per la prima volta siamo di fronte a un bivio.”
Korneliussen risponde con fermezza, e ancor prima che l’interprete inizi a tradurre, il pubblico in sala scoppia in un applauso spontaneo. Il suo discorso tocca temi profondi: l’identità, la discriminazione, la memoria storica e la necessità di riconoscere gli errori del passato per costruire un futuro più equo.
“Se qualcuno non ha fatto l’esperienza diretta dell’odio della discriminazione, se qualcuno non ha conosciuto il dolore che hanno conosciuto mia madre e mio padre, sarà molto difficile capire le sfumature di questo tema, vale a dire non essere riconosciuti quando, come comunità, ci facciamo forza e denunciamo un fatto, come è accaduto con le spirali messe inconsapevolmente alle donne groenlandesi: otteniamo sempre una reazione di chiusura totale da parte della Danimarca, che dice “Noi abbiamo fatto tutto per voi, voi siete sempre stato un fardello, abbiamo finanziato e speso moltissimi soldi per voi”.
“I tassi di suicidio in Groenlandia hanno iniziato ad aumentare a partire dal 1950, quando è iniziato il processo di industrializzazione e il tentativo di renderci Danesi al 100%, costringendoci a usare la lingua danese. Posso dire di essere stufa, perché troppo spesso nella mia vita ho dovuto sentire di non avere valore o di avere meno valore a causa del mio aspetto fisico, a causa delle mie origini, della mia lingua: troppo spesso è capitato che i miei amici si suicidassero senza che nessuno facesse niente, troppo spesso ho dovuto sopportare la logica del salvatore bianco che vediamo ovunque nel mondo, e io sono veramente stanca di sopportarla e se non capiscono che per costruire una relazione sana tra la Groenlandia e la Danimarca è essenziale trovare un compromesso, questa relazione non sarà costruita mai.”
I temi affrontati da questa autrice hanno saputo mettere in discussione ciò che fino a pochi anni fa pareva essere incontestabile: la narrativa dei danesi brava gente e la “buona colonizzazione” dell’uomo bianco. Tutte bugie, distorsioni che Niviaq ha sostituito con racconti e storie fittizie ma ispirate a una realtà che di fittizio ha ben poco, una realtà che mostra la frustrazione di un popolo impossibilitato a trovare una pace, paralizzato dal razzismo, dalla mancanza di aiuti e da un’emergenza suicidi di una comunità che non si è più ripresa dal trauma dell’occupazione.
Niccolò Radice Fossati
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