Intervista a Ingeborg Breines, ex direttrice dell’International Peace Bureau e a capo del Women and a Culture of Peace Programme dell’Unesco.
Renne, ghiacci e armi
Il cambiamento in atto nella regione artica è ormai sotto gli occhi del mondo, specialmente per quanto riguarda la possibilità che gli Stati Uniti possano guardare con appetito alla Groenlandia. Oltre alle dinamiche politiche interne, è chiaro che le ormai frequenti dichiarazioni di Donald Trump sul possesso dell’isola, oggi parte del Regno di Danimarca, abbiano alzato notevolmente il grado di preoccupazione tra i partner europei. Ma un altro dato storico è probabilmente anche più significativo, considerando la questione securitaria nella regione artica.

L’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia, a seguito dell’aggressione russa all’Ucraina, rappresenta infatti la più classica delle pietre miliari. Due nazioni che per decenni hanno orgogliosamente rifiutato di far parte dell’Alleanza Atlantica, pur con differenze storiche e culturali, che oggi rappresentano invece una forte componente di sicurezza del fronte orientale della Nato.
“Sono nata in un mondo, quello nordico, che è abituato a lavorare per la cooperazione e per la pace”, riflette Ingeborg Breines, ex direttrice dell’International Peace Bureau e a capo del Women and a Culture of Peace Programme dell’Unesco. Classe 1945, Breines è abituata a lavorare per la pace, ma certamente non pensava di dover promuovere un valore assoluto come questo anche nel 2025. “Oggi è difficile predire cosa potrà accadere. La visione di Trump per la Groenlandia è totalmente nuova, anche se gli Stati Uniti hanno da decenni alcune basi militari nell’isola. Durante la Guerra Fredda, la posizione della Groenlandia era certamente importante, come bastione di difesa e soprattutto di early warning, ma qui oggi parliamo di qualcosa di completamente diverso.
Le opzioni sul tavolo
Trump parla di questa porzione di mondo come necessaria, da avere, per la sicurezza nazionale e internazionale. E ne parla anche con la libertà di dire che potrebbe inviare numerosi soldati sull’isola, e questa certamente è una preoccupante attualità”. Ma la percezione è tutto, e quindi è chiaro che da Roma si guardi alla regione con un occhio diverso, rispetto a ciò che possono fare i norvegesi.
“La prima domanda è: perché la Groenlandia, e non Spitsbergen?”, si chiede Breines, nata e cresciuta a Sigerfjord, nell’alta Norvegia, già oltre il Circolo Polare Artico. Domanda legittima, se consideriamo le complessità ambientali, logistiche e geografiche della Groenlandia, rispetto alle più modeste dimensioni delle isole Svalbard, per quanto sulle seconde viga un trattato internazionale particolare.

“Cosa ci dobbiamo aspettare in futuro, se un presidente statunitense parla apertamente di acquisto, invasione e possesso di territori di un altro stato membro della Nato? Come dovremmo reagire, come stati membri e come alleati? La complessa situazione internazionale di oggi nasconde, as a burlesque veil, una polarizzazione sempre più acuta. Le nazioni che si affacciano sull’Artico sono poche e particolari. Grandi potenze e paesi pacifici ma in cerca di protagonismo, ma ci sono anche tanti attori internazionali che guardano a quest’area con sempre crescente interesse.
Il Consiglio Artico è (stato?) un esperimento politico incredibilmente utile, capace di connettere Washington e Mosca, e di portare ad avere un ampio ruolo anche le popolazioni indigene. Ma è ancora attuale? Stati Uniti, Russia, Cina e tutti gli altri stati che vogliono impadronirsi di una fetta della torta, non hanno alcun interesse nei diritti di chi vive in questa gigantesca regione, visto che puntano fondamentalmente sulle nuove rotte commerciali, sul posizionamento geopolitico e sulle risorse. Il fatto che ci siano delle persone sul territorio, è visto come un fastidio, come una limitazione alle trivellazioni, alla possibilità di estrarre combustibili fossili e terre rare, anche dal fondo del mare”.
L’anello mancante
Dallo scoppio del conflitto in Ucraina, oltre tre anni fa, si è fermata la cooperazione internazionale nell’Artico, anche per ciò che riguarda lo scambio di dati e di informazioni sul clima e sull’ambiente. “Ora si parla solo di armi, e gli Stati Uniti hanno già a loro utilizzo qualcosa come 47 nuove installazioni militari nell’area. Test balistici, esercitazioni armate e nuove infrastrutture sono ciò di cui non abbiamo bisogno, anche perché significa andare comunque a colpire un ambiente molto sensibile.
Anche le università e i media sembrano ormai solo guardare e riportare l’esistente, incapaci di guardare e di promuovere un approccio diverso per affrontare l’instabilità. Rischiamo davvero di avvicinarci a un conflitto armato solo perché abbiamo iniziato a imbracciare i fucili”.
Una questione che non riguarda certamente solo l’area, ma il pensiero contemporaneo occidentale, alla prova di un security dilemma che rischia di erodere le conquiste novecentesche di pace e cooperazione? “Nonostante gli stati artici siano ormai tutti all’interno della Nato, che dovrebbe garantire sicurezza, le popolazioni sono molto preoccupate che questa crescente attività di confronto possa portare a una vera guerra nell’area”.

Manca quindi un pensiero differente, in grado di comprendere sia le necessarie garanzie di sicurezza sia le chiare volontà di tornare a una forte e stabile collaborazione. “Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, vista come un vettore di militarizzazione del presente, i membri della Nato parlano oggi di stabilire una coalizione di volenterosi senza gli Usa, ma non c’è una richiesta di partecipazione delle Nazioni Unite, cosa particolare e preoccupante senza dubbio. E ragionare solamente in termini di armamenti, è triste e deprimente. Consideriamo poi anche la cultura e la storia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Armata Rossa entrò in Norvegia per liberarla dalle forze del Terzo Reich, inaugurando una stagione di pace e di contatto con la Russia, stabile e forte.
“Non abbiamo mai avuto problemi o confronti militari con la Russia, mentre siamo stati capaci di unire i due popoli con la cooperazione e con un mutuo beneficio. Diversa la questione con la Finlandia, che con Mosca ebbe a combattere e a lungo. Ma se puntiamo a vivere in pace, possiamo raggiungere un obiettivo certamente migliore, visto che l’attuale situazione di vivere in una posizione di continuo aumento della tensione possa comportare notevoli ripercussioni sulle società, sulle volontà elettorali, e quindi, in definitiva, su ciò che succederà”.
Leonardo Parigi
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